I C.S.I. ad Alba, trent’anni dopo
Bastava guardare il prato, prima ancora che cominciasse. Coperte stese come per un pic-nic, sedie pieghevoli portate da casa, capannelli in piedi davanti al palco, e un’età media impossibile da stabilire: sessantenni con la maglietta stinta di qualche tour dei Novanta, coppie di cinquantenni, ragazzi di vent’anni che quei dischi non li hanno vissuti ma se li sono trovati in casa, ereditati da un fratello maggiore o da un padre. È una cosa che i C.S.I. si portano dietro da sempre, e che ad Alba era particolarmente evidente: non sono la band di una generazione, sono la band di almeno tre, che si passano lo stesso repertorio come ci si passa una storia di famiglia. Chi c’era nel ’96 e chi è nato dopo cantavano le stesse parole con lo stesso identico piglio, il che per un gruppo che ha sempre rifiutato di essere rassicurante non è affatto scontato.
L’occasione era la Maratona Fenogliana, e il conto tornava fin troppo bene: il 5 ottobre 1996 i C.S.I. suonarono nella chiesa di San Domenico, dentro quel progetto attorno a Beppe Fenoglio che sarebbe poi diventato La terra, la guerra, una questione privata, gli amori. Trent’anni esatti. Un anniversario del genere può facilmente trasformarsi in una rimpatriata, e invece no. Sul palco c’erano tutti — Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli, Giorgio Canali — senza scenografie, senza schermi, senza niente che assomigliasse a una celebrazione. Sei persone e gli strumenti, il che dice già molto: una band che avesse voluto vendere il proprio passato avrebbe fatto altre scelte.




Si è partiti in salita, con In viaggio, Occidente, Del mondo, che è un modo di aprire un concerto piuttosto crudele nei confronti di chi arriva distratto. Poi A tratti ha spostato tutto di un paio di gradini, e da lì in avanti il suono si è fatto pieno, notturno, decisamente più fisico di quanto la memoria dei dischi lasci immaginare. Il basso di Maroccolo ieri sera si sentiva nello sterno più che nelle orecchie; Zamboni e Canali hanno lavorato per sottrazione e poi per accumulo, con quelle chitarre che sembrano sempre sul punto di sfaldarsi e non lo fanno mai; le tastiere di Magnelli tenevano insieme il tutto senza farsi notare troppo, che è il loro mestiere da trent’anni. E Ginevra Di Marco, che quando canta accanto a Ferretti crea quel corto circuito riconoscibile fra mille — una voce limpida contro una voce che arriva da un posto ruvido, terroso, a tratti quasi liturgico.
Vale la pena ricordare, a questo punto, quanto poco senso abbia continuare a cercare un termine di paragone italiano per questa roba. Negli anni Novanta il rock di casa nostra era in larga parte una faccenda di canzoni ben scritte, di chitarre, di cantautorato elettrificato. I C.S.I. facevano un’altra cosa: mettevano insieme il post-punk, la liturgia, il canto popolare, la steppa mongola e l’Emilia, e la mettevano al servizio di testi che non spiegavano niente a nessuno. Nessuno prima e nessuno dopo ha provato davvero a rifarlo, non perché mancasse il talento, ma perché richiedeva una postura che il mercato ha smesso di tollerare quasi subito. Inquieto, Cupe vampe, Linea gotica, Irata — ascoltate una dietro l’altra su un prato nel 2026 — non suonano come reperti. Suonano come domande rimaste aperte, su un’Europa che non ha mai finito di fare i conti con le proprie rovine e su un Occidente che continua a chiedersi chi sia mentre torna a vedere guerre che credeva archiviate.
Il momento in cui tutto si è saldato, però, è stato quello in cui dal palco è tornato il nome di Tarzan. Dario Scaglione, di Alba, entrato nella Resistenza a diciotto anni, fucilato a Valdivilla nel febbraio del ’45; quello del fucile che Johnny raccoglie nell’ultima riga del romanzo di Fenoglio, prima che due mesi dopo la guerra finisca. Un nome di battaglia inventato da un ragazzo, diventato letteratura e poi rischiato di diventare niente. Sentirlo pronunciare a poche curve dai luoghi in cui è successo, davanti a un pubblico di tre generazioni, ha dato alla serata il suo peso specifico. Perché la memoria non è un dovere astratto: è il gesto molto concreto di continuare a dire dei nomi, di continuare a leggere certi libri, di continuare a suonare certe canzoni finché qualcuno le ascolta. Ne abbiamo bisogno adesso più di prima, in un paese che ha preso l’abitudine di parlare del Novecento come se fosse una questione di opinioni.
Poi è arrivata E ti vengo a cercare, e per qualche minuto il concerto si è aperto verso l’alto, un’assenza dentro un’altra assenza. La chiusura con Depressione caspica e Fuochi nella notte è stata durissima, Montesole ha riportato tutti dentro la storia, e infine — cosa che nessuno si aspettava — si è ballato: Matrilineare, M’importa ‘na sega, Buon anno ragazzi. Una festa che non consola e non chiude niente, come è giusto che sia.
Alla fine, tornando verso le macchine con quel rumore addosso che ci mette un po’ a scaricarsi, la sensazione era che non fossimo andati a rivedere il 1996. Il 1996 non ha bisogno di noi. Siamo noi, semmai, ad avere ancora bisogno di sentirci dire quelle cose.
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