Torino Rock

Torino suona. Ma riesce davvero a farsi ascoltare ?

Band inedite, circuiti che si parlano sempre tra loro e una Music Commission evocata da anni ma ancora difficile da vedere

di Redazione Torino Rock

Torino è una città piena di musica. Basta frequentarla un po’ fuori dai percorsi più ovvi per accorgersene.

Si suona nelle sale prova ricavate nei capannoni, negli scantinati, negli studi, nei circoli, nei pub, nei piccoli club e nelle camere da letto dove oggi, con un computer e una scheda audio, si può costruire un disco intero. Si suona a vent’anni, quando tutto sembra possibile, e si continua a suonare a cinquanta, quando teoricamente si dovrebbe aver già capito che sarebbe molto più comodo dedicarsi al padel, al barbecue o a qualsiasi altra attività che non richieda di caricare amplificatori alle due del mattino.

Le band ci sono. Le canzoni ci sono. I musicisti anche.

Il punto, semmai, è capire quanti di loro riescano davvero a uscire dalla propria sala prove e a entrare in quei circuiti che danno visibilità, date, occasioni, contatti e continuità.

Perché una cosa è certa: a Torino la musica non manca. Quello che manca, a volte, è la sensazione che tutte le porte siano davvero visibili e attraversabili allo stesso modo.

Non è una questione semplice e non vogliamo raccontarla con la retorica facile del «sono tutti raccomandati» o del «vince sempre chi conosce qualcuno». Sarebbe infantile e, soprattutto, falso. Ci sono artisti che arrivano perché sono bravi, preparati, tenaci, organizzati e capaci di costruire un progetto credibile. Ce ne sono altri che non arrivano perché non sono ancora pronti. Succede, ed è giusto dirlo.

Però esiste anche tutto ciò che sta in mezzo. E proprio lì, in quella zona grigia fatta di relazioni, consuetudini, ambienti che si frequentano, nomi che ritornano e porte che si aprono più facilmente per chi è già dentro certi giri, vale la pena fermarsi un momento.

Perché il talento non basta. Non è mai bastato.

E forse il problema non è nemmeno chiedersi se questo sia giusto o ingiusto. Il problema è capire se una città come Torino possa permettersi di lasciare troppo talento fuori dal radar semplicemente perché non appartiene al giro giusto.

Le occasioni esistono, sarebbe sciocco negarlo

Chi scrive che a Torino «non succede nulla» probabilmente non guarda abbastanza.

Esistono iniziative per i giovani musicisti, contest, selezioni, festival, rassegne, locali coraggiosi e operatori culturali che lavorano seriamente. Progetti come Pagella Live hanno dato spazio negli anni a giovani artisti e band emergenti, così come gli Stati Generali del Rock hanno rappresentato una delle occasioni per mettere in contatto la scena piemontese con circuiti più ampi.

Ci sono festival di livello nazionale e internazionale. Ci sono realtà che fanno ricerca. Ci sono club che continuano a programmare musica anche quando sarebbe economicamente molto più semplice fare altro.

Sarebbe quindi ingeneroso e anche poco credibile descrivere Torino come un deserto.

Ma il tema non è quanti eventi esistono. Il tema è quanto il sistema sia permeabile.

Quanto è facile, per una band che non ha un manager, un’etichetta, un ufficio stampa, un booking o relazioni consolidate, arrivare davvero all’attenzione di chi programma?

Quanto conta la musica e quanto conta il fatto che qualcuno di fidato dica: «Ascoltali»?

Quanto spazio resta per chi manda una mail ben scritta ma non conosce nessuno dall’altra parte?

Sono domande legittime, e non serve immaginare complotti per porsele.

Basta conoscere un po’ il settore.

La musica inedita e quella strana sensazione di essere sempre ospite a casa propria

Torino ama molto raccontarsi come città dell’innovazione.

Innovazione urbana, innovazione sociale, innovazione tecnologica, innovazione culturale. Ogni tanto viene il sospetto che da qualche parte esista un ufficio comunale dedicato esclusivamente a trovare nuovi modi per usare la parola «innovazione» nei titoli dei convegni.

Poi una band arriva con cinque canzoni originali, magari anche belle, e scopre che in certi contesti sarebbe stato assai più semplice presentarsi con un repertorio già conosciuto dal pubblico.

Non è una critica alle tribute band o alle cover band. Torino Rock le racconta e continuerà a farlo. Ci sono progetti eccellenti, musicisti di altissimo livello e spettacoli curati nei minimi dettagli. Sarebbe snob e miope fingere che non facciano parte della scena musicale.

Il problema nasce altrove.

Nasce quando la musica originale diventa sistematicamente la parte più fragile della programmazione, quella che deve sempre dimostrare di avere già un pubblico prima ancora di avere avuto la possibilità di costruirselo.

Dal punto di vista di un locale, il ragionamento è comprensibile. Una tribute band conosciuta può garantire cento o duecento persone. Una band inedita che nessuno ha mai sentito forse ne porta trenta, magari venti.

Le bollette non si pagano con il romanticismo e nessuno può chiedere a un gestore di trasformarsi in mecenate suicida.

Eppure, se tutti aspettano che un artista abbia già un pubblico prima di dargli spazio, quel pubblico non nascerà mai.

È questo il cortocircuito.

Una scena musicale cresce quando qualcuno si prende il rischio di proporre ciò che ancora non funziona abbastanza. Non tutto funzionerà, naturalmente. Qualcosa sarà acerbo, qualcosa sarà sbagliato, qualcosa sarà semplicemente brutto. Fa parte del gioco.

Ma senza il diritto di essere acerbi, nessuno diventa maturo.

Poi ci sono i giri. Quelli esistono eccome

Ogni città ha le proprie reti.

Torino non fa eccezione.

Promoter, direttori artistici, musicisti, associazioni, uffici stampa, giornalisti, produttori e operatori si conoscono. Lavorano insieme, si incontrano agli eventi, si scambiano contatti, si fidano delle persone con cui hanno già avuto buone esperienze.

È normale.

Sarebbe assurdo pretendere il contrario.

Se un direttore artistico ha lavorato bene con un certo ufficio stampa, tenderà ad ascoltare con maggiore attenzione ciò che arriva da lì. Se un promoter conosce da anni un musicista serio e affidabile, è naturale che parta da un credito di fiducia.

Il problema comincia quando la fiducia diventa abitudine e l’abitudine, senza che nessuno lo decida esplicitamente, restringe il campo.

Gli stessi nomi vengono suggeriti agli stessi interlocutori. Gli stessi operatori siedono agli stessi tavoli. Le stesse persone finiscono per essere consultate perché sono quelle che tutti conoscono, e a loro volta segnalano persone appartenenti alle reti che frequentano.

Non c’è bisogno di un piano.

È quasi il contrario: succede proprio perché nessuno pianifica nulla.

Le reti tendono naturalmente a riprodursi.

E quando diventano troppo stabili, chi è fuori può restarci a lungo senza che nessuno lo abbia mai realmente escluso.

Semplicemente non viene visto.

Non arriva sulla scrivania.

Non compare nella conversazione.

Non viene segnalato dalla persona giusta.

Ed essere ignorati è molto più difficile da contestare che essere bocciati, perché almeno una bocciatura presuppone che qualcuno ti abbia ascoltato.

Chiamiamolo pure, con molta ironia, il “sistema musicale Torino”

L’espressione «Sistema Torino» ha una lunga storia nel linguaggio politico e giornalistico cittadino e non è nostra intenzione usarla qui in senso giudiziario. Parliamo piuttosto di quella tendenza tutta torinese a costruire reti molto forti tra istituzioni, cultura, associazioni, fondazioni, organizzatori e centri di influenza.

A volte queste reti hanno prodotto cose eccellenti.

Altre volte hanno dato la sensazione di una città in cui, prima ancora di capire che cosa sai fare, sarebbe utile sapere da quale porta sei entrato.

Nella musica succede qualcosa di simile, in scala più piccola.

Nessuna cupola, nessun ordine segreto e, purtroppo, nemmeno mantelli neri e riunioni notturne in qualche sotterraneo della Mole. Sarebbe almeno pittoresco.

Più banalmente, esistono ambienti che si parlano molto tra loro e poco con l’esterno.

Per chi è dentro, tutto appare naturale. Le opportunità circolano, le informazioni arrivano, qualcuno segnala una call, un concerto, una possibilità.

Per chi è fuori, a volte sembra di osservare una festa dalla finestra.

Non sa bene chi invitare, a chi scrivere o perché alcune persone sembrino sempre sapere prima degli altri che cosa sta per succedere.

E il punto non è accusare chi è dentro.

Chi ha costruito relazioni professionali ha tutto il diritto di usarle.

La domanda è un’altra: una città che vuole davvero essere fertile dal punto di vista musicale non dovrebbe preoccuparsi anche di chi, quelle relazioni, non le ha ancora?

Le spalle coperte contano, inutile fare finta di niente

Il mercato musicale non è un concorso scolastico in cui tutti partono dallo stesso banco con la stessa penna.

Un artista con risorse economiche può registrare meglio, girare video migliori, investire nella promozione, pagare un ufficio stampa, avere fotografie professionali, sostenere trasferte e continuare a pubblicare anche dopo diversi tentativi andati male.

Una band senza risorse, invece, magari si scioglie dopo il secondo singolo perché uno dei componenti cambia turno di lavoro, un altro non può permettersi una nuova produzione e il terzo si stanca di pagare la benzina per suonare davanti a quindici persone.

Non è pessimismo.

È la realtà quotidiana di tantissimi progetti.

Ci sono artisti che possono permettersi di suonare gratis come opening act perché qualcuno copre i costi. Altri devono prendere ferie, pagare un sostituto al lavoro, noleggiare un furgone e chiedersi se la serata valga davvero duecento euro di spese.

Tecnicamente stanno partecipando allo stesso mercato.

Nella pratica, no.

E poi ci sono le strutture.

Un’etichetta, un manager, un buon booking o un ufficio stampa conosciuto non garantiscono il successo, ma aiutano enormemente a essere ascoltati.

Una mail che arriva da una persona conosciuta ha un peso diverso dalla cinquantesima mail anonima ricevuta nella stessa giornata.

Quel piccolo «fidati, ascoltali» vale tantissimo.

Non è corruzione.

È capitale relazionale.

Ed è molto potente.

Quindi emergono davvero i migliori?

No, non necessariamente.

E questa non dovrebbe nemmeno essere una dichiarazione scandalosa.

La storia della musica è piena di artisti straordinari rimasti sconosciuti e di altri decisamente meno memorabili che hanno avuto occasioni enormi.

Il successo dipende dal talento, certo, ma anche dal momento giusto, dai soldi, dalle relazioni, dall’immagine, dalla fortuna, dalla capacità di comunicare e dalla possibilità di restare abbastanza a lungo in gioco.

Chi ha risorse può sbagliare tre singoli e pubblicare il quarto.

Chi non le ha potrebbe non arrivare nemmeno al secondo.

Il racconto secondo cui il mercato seleziona naturalmente i migliori è rassicurante, ma non particolarmente aderente alla realtà.

E forse la politica culturale dovrebbe servire anche a questo: non a decidere chi merita il successo, sarebbe assurdo, ma a evitare che troppe persone non vengano nemmeno prese in considerazione.

E qui, inevitabilmente, entra in scena la politica

Torino ha una storia musicale importante e un presente ancora molto vivo.

Ha locali, musicisti, scuole, studi di registrazione, festival, tecnici, promoter, associazioni e professionisti.

Ha ospitato Eurovision. Ha grandi manifestazioni internazionali. Ha saputo costruire eventi capaci di attirare pubblico da fuori città.

Eppure resta difficile individuare oggi una vera Music Commission torinese che sia riconoscibile, permanente, accessibile e capace di rappresentare l’intera filiera musicale cittadina.

L’idea, tra l’altro, non è nuova.

La Città ne ha parlato. Nei documenti di programmazione era comparso esplicitamente il riferimento all’istituzione di una Music Commission per raccordare le politiche cittadine nel settore musicale.

Poi?

Questa è la domanda.

Non servirebbe l’ennesimo logo.

Non servirebbe un sito elegante con tre fotografie di ragazzi sorridenti davanti a un mixer.

E, con tutto l’affetto possibile, potremmo anche sopravvivere senza un altro convegno dal titolo «Nuovi ecosistemi creativi e traiettorie urbane per la musica del futuro».

Quello che servirebbe è qualcosa di molto più concreto.

Una struttura riconoscibile.

Un luogo, anche digitale, dove chi fa musica sappia dove andare.

Che cosa dovrebbe fare, davvero, una Music Commission?

Prima di tutto dovrebbe sapere chi esiste.

Sembra banale, ma non lo è.

Quante band ci sono a Torino e in Piemonte?

Quanti artisti solisti?

Quanti studi?

Quante sale prova?

Quanti locali?

Quanti festival?

Quanti promoter, produttori, tecnici, fotografi, videomaker, uffici stampa, booking ed etichette?

Non esiste una scena senza una mappa della scena.

Una Music Commission dovrebbe poi creare connessioni, non nuovi recinti. Far incontrare artisti e operatori, facilitare la circolazione delle informazioni, offrire occasioni formative serie, aiutare i progetti a capire come presentarsi, costruire call trasparenti e promuovere scambi con altre città.

E soprattutto dovrebbe rendere leggibili i percorsi.

Quando si apre una selezione, chi decide?

Con quali criteri?

Quante candidature sono arrivate?

Quanti artisti sono stati scelti?

Non perché l’arte debba diventare una gara d’appalto, ma perché la trasparenza è il modo migliore per evitare quella sensazione, devastante per chi è fuori, secondo cui tutto sia già deciso prima ancora di cominciare.

Finanziare cultura non basta, se le opportunità girano sempre negli stessi ambienti

Le istituzioni sostengono la cultura e la musica in molti modi. Ci sono bandi, contributi, festival, convenzioni e programmi specifici.

Bene.

La questione, però, non si esaurisce nel chiedere quanto denaro viene speso.

Bisognerebbe chiedersi anche quante porte vengono create.

Si può finanziare una quantità enorme di eventi e avere comunque un sistema poco permeabile.

Si possono produrre festival straordinari che non lasciano quasi nulla alla scena locale.

Si può riempire un calendario senza far nascere un solo percorso nuovo.

Le domande da porre sarebbero altre.

Quanti artisti locali hanno avuto la prima occasione?

Quanti hanno ottenuto una seconda data?

Quanti sono stati messi in contatto con professionisti del settore?

Quanti progetti piemontesi riescono a uscire dalla regione?

Quanti locali riescono a sopravvivere?

Quanti nuovi nomi entrano ogni anno nei circuiti che contano?

Queste sono domande politiche.

Perché la musica non è soltanto intrattenimento.

È anche lavoro.

Una band affitta sale, compra strumenti, paga studi, fotografi, videomaker, tecnici, service, trasporti e stampa.

Un concerto muove persone.

Un festival genera economia.

Una scena musicale contribuisce all’identità di una città.

Le città che lo hanno capito trattano la musica come una filiera.

Le altre chiamano una band per la festa del quartiere e le chiedono se può suonare gratis «perché comunque è visibilità».

Però anche le band, ogni tanto, dovrebbero guardarsi allo specchio

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che stiamo attribuendo ogni responsabilità a istituzioni, locali, promoter e operatori.

No.

Le band hanno parecchie responsabilità.

Molte si presentano male.

Mandano mail chilometriche senza un link chiaro all’ascolto. Usano fotografie improbabili. Pubblicano demo registrate male e si offendono se qualcuno non le programma. Pretendono cachet professionali con un atteggiamento completamente dilettantesco.

Alcune non sono pronte.

È giusto dirlo.

Il fatto di avere scritto una canzone non crea automaticamente un diritto a essere pubblicati, recensiti o messi in cartellone.

Una scena più aperta non significa una scena senza selezione.

Significa semplicemente che la selezione dovrebbe avvenire dopo aver ascoltato, non prima.

E qui torniamo al punto di partenza.

A volte una band non suona perché non conosce nessuno.

Altre volte non suona perché non è ancora abbastanza buona.

Il problema è che, da fuori, è difficilissimo capire quale delle due cose sia successa.

Il merito senza accesso è una bella parola vuota

Si parla molto di meritocrazia.

Prima del merito, però, viene l’accesso.

Se esistono cento band ma soltanto venti conoscono la call, la selezione non avverrà tra cento progetti.

Avverrà tra venti.

Formalmente sarà tutto corretto.

Sostanzialmente, un po’ meno.

Lo stesso vale per i criteri.

«Qualità artistica» è una bellissima formula.

Ma chi la valuta?

Con quali competenze?

Un progetto metal sarà ascoltato da qualcuno che conosce il metal? Un pezzo progressive verrà giudicato da chi non considera una canzone di sette minuti un attentato alla Costituzione?

La musica è fatta di linguaggi diversi e la qualità non può essere misurata con un solo orecchio.

Anche per questo servirebbero selezionatori plurali, rotazione, competenze diverse e una maggiore apertura.

Non per accontentare tutti.

Sarebbe impossibile e persino dannoso.

Ma almeno per diminuire il rischio che un intero mondo musicale venga giudicato da chi quel mondo non lo frequenta.

Il vero problema non sono gli artisti che ce l’hanno fatta

Questa è una precisazione importante.

Non stiamo dicendo che chi suona nei festival o entra nei circuiti importanti non meriti di esserci.

Molti artisti sono eccellenti.

La critica non riguarda loro.

Riguarda chi non arriva mai al punto di poter essere valutato.

Non serve togliere spazio a chi c’è già.

Serve rendere il sistema abbastanza largo perché ogni tanto entri qualcuno di nuovo.

In una scena sana, le porte non dovrebbero essere girevoli sempre per le stesse persone.

Dovrebbero aprirsi.

Magari non per tutti.

Ma almeno per molti più di oggi.

Torino ha bisogno di un’infrastruttura musicale, non soltanto di eventi

Torino sa organizzare eventi.

Questo è fuori discussione.

Sa farlo bene, spesso molto bene.

Quello che ancora manca è la percezione di una struttura permanente capace di collegare il piccolo studio alla grande manifestazione, la band sconosciuta al locale, il giovane artista a un produttore, il promoter al territorio e il progetto piemontese a circuiti nazionali e internazionali.

Una Music Commission potrebbe servire esattamente a questo.

Non per scegliere chi deve diventare famoso.

Non per trasformarsi nell’ennesima stanza dove si decide chi entra e chi resta fuori.

Dovrebbe fare l’opposto: allargare il numero delle persone che hanno accesso alle informazioni, ai contatti e alle opportunità.

Altrimenti il rischio è sempre quello.

Creare una nuova istituzione che, dopo qualche anno, finisce per parlare con le stesse persone con cui parlavano già tutti gli altri.

Sarebbe un capolavoro di perfetta torinesità.

Forse basterebbe aprire qualche finestra

Torino non deve buttare via ciò che funziona.

Deve far entrare aria.

Ascoltare anche fuori dai soliti ambienti.

Guardare nelle sale prova, nei piccoli locali, nei quartieri e in provincia.

Smettere di chiamare «emergente» soltanto l’artista che è già abbastanza affermato da essere invitato al festival degli emergenti.

E forse, ogni tanto, prima di chiedere quanti follower ha una band, con chi lavora, quale etichetta la segue e chi conosce, potremmo semplicemente ascoltare una canzone.

Una sola.

Tre minuti.

Poi si può anche decidere che non piace.

Ma almeno è stata ascoltata.

Torino Rock vuole stare da questa parte della finestra

Noi non siamo una commissione, non distribuiamo contributi e non gestiamo grandi festival.

Siamo una fanzine.

Possiamo fare una cosa molto più semplice: guardare.

E provare a guardare anche dove altri non guardano.

Raccontare una band al primo singolo e un’altra al quinto disco.

Parlare del progetto con trentamila follower e di quello con trenta, quando c’è una storia che vale la pena raccontare.

Seguire Torino e il resto del Piemonte.

Raccontare gli inediti senza disprezzare le tribute band e le tribute band senza fingere che tutto sia automaticamente interessante.

Non pubblicheremo chiunque.

Non diremo che tutto è bello.

Non prometteremo spazio in cambio di una segnalazione.

Sarebbe il modo più veloce per diventare esattamente ciò che stiamo criticando.

Ma vogliamo aumentare il numero delle storie che circolano e costruire un archivio della musica piemontese più largo, più curioso e meno prevedibile.

Questo sì.

E alla fine resta una domanda molto semplice

Torino ha musicisti, storia, locali, festival, istituzioni, scuole, studi e pubblico.

La città ha parlato negli anni anche della possibilità di istituire una Music Commission.

Allora sarebbe interessante capire a che punto siamo.

Perché migliaia di musicisti continuano a provare, registrare, suonare, inviare mail e cercare occasioni.

Qualcuno troverà la propria strada.

Qualcuno si stancherà.

Qualcuno entrerà nei circuiti giusti.

Qualcun altro resterà fuori.

Ma sarebbe ingenuo pensare che chi resta fuori sia necessariamente meno bravo di chi entra.

A volte non era pronto.

A volte non era abbastanza bravo.

A volte ha sbagliato tutto.

E altre volte, molto semplicemente, non conosceva la porta.

Forse una grande città musicale dovrebbe cominciare proprio da qui.

Non garantendo a tutti il successo, che sarebbe impossibile.

Ma facendo almeno in modo che le porte siano visibili.

E, ogni tanto, persino aperte.

La redazione di Torino Rock