Interviste

«Il problema non è lo spettacolo, è il contesto»: Alessandro del Vinile racconta cosa vuol dire fare musica dal vivo a Torino oggi

Pubblico che invecchia, costi alle stelle, burocrazia e chiusure: abbiamo chiesto al gestore dello storico locale di corso Belgio com'è tenere accesa la luce sul palco nel 2026. E cosa servirebbe davvero…

«Il problema non è lo spettacolo, è il contesto»: Alessandro del Vinile racconta cosa vuol dire fare musica dal vivo a Torino oggi

Pubblico che invecchia, costi alle stelle, burocrazia e chiusure: abbiamo chiesto al gestore dello storico locale di corso Belgio com’è tenere accesa la luce sul palco nel 2026. E cosa servirebbe davvero alla città per non spegnerla.

Negli ultimi anni a Torino diversi locali che facevano musica dal vivo hanno chiuso o hanno ridotto la programmazione, e il dibattito si riaccende a ogni saracinesca abbassata. Il Vinile, in corso Belgio, è uno di quelli che resistono: tribute band, format prodotti in casa, serate blues e jazz con artisti internazionali, e un’offerta di ristorazione cresciuta insieme alla qualità del palco.

Ad Alessandro abbiamo fatto cinque domande, senza schemi, lasciandolo libero di rispondere come voleva. Ne è uscito un ritratto lucido e senza sconti della scena live cittadina, con qualche richiesta molto concreta rivolta a chi amministra la città.


Com’è cambiato, secondo te, il pubblico della musica dal vivo a Torino negli ultimi anni? È cambiato il modo di uscire, di spendere e di scegliere un concerto?

Il pubblico è invecchiato più che cambiato. È più duro con i locali e anche con se stesso.

La vita di tutti i giorni dà l’idea che la fregatura sia dietro l’angolo e rende tutti sempre più attenti nelle scelte e negli spostamenti. Le ragioni dietro l’aumento dei prezzi sono difficili da trasmettere, e chi pensa che i gestori stiano cavalcando l’onda per arricchirsi o è un folle o è un profondo ignorante.

I locali sono cari e i fruitori della musica live non hanno avuto un ricambio generazionale. I giovani stanno andando in una direzione diversa: sta a noi gestori capire quale, invogliarli a rispolverare vecchie culture e proporre prodotti più attuali. Chi punta tutto sulla solita gente non offre un servizio alla comunità, ma organizza feste private in locali aperti al pubblico. Fino a esaurimento.

Quanto è difficile oggi far funzionare economicamente un locale che propone musica live? Quali sono i problemi che da fuori il pubblico normalmente non vede?

Le difficoltà sono le stesse di qualsiasi altra piccola e media impresa. Parlo a nome di una macrocategoria, perché il problema non è lo spettacolo, ma il contesto.

La musica live è sicuramente un elemento che richiede organizzazione e ha costi elevati, ma è anche molto attrattiva per un pubblico sempre meno orientato alla ristorazione tradizionale. Da un lato la sensazione è quella di avere poca concorrenza e tutte le possibilità di eccellere; dall’altro è il riflesso di un mercato con una domanda sempre più debole. Le persone vanno meno al ristorante, meno in discoteca e meno nei locali che propongono musica dal vivo.

Quello che il pubblico non vede da fuori è la matematica estremamente complessa che permette a un’attività come la nostra di sopravvivere. E quando riesce a vederla, comunque non riesce a comprenderla.

Il Vinile lavora molto anche con tribute band, ma lascia spazio agli inediti. Come trovi l’equilibrio tra quello che il pubblico chiede e quello che invece vorresti proporre artisticamente?

La programmazione è frutto di uno studio molto attento che, purtroppo, deve sempre fare i conti con la realtà. Abbiamo iniziato, come tanti, organizzando spettacoli che portassero più pubblico e più incasso possibile, nella speranza di avviare il locale e con l’obiettivo di inserirci in un panorama abbastanza consolidato.

Nel tempo ci siamo specializzati e abbiamo alzato parallelamente la qualità della ristorazione e quella degli spettacoli. Abbiamo imparato a navigare in queste acque e aggiornato la struttura per renderla adeguata a spettacoli sempre più complessi, conquistando la libertà di proporre tanti tipi diversi di live.

Per rendere possibile questo equilibrio proponiamo format completamente ideati e organizzati da noi, senza appoggiarci a nessuna società esterna: scriviamo gli spettacoli che vogliamo proporre e ci occupiamo di ogni aspetto. Negli slot liberi inseriamo tutto il resto, come tribute band e altri progetti.

A Torino diversi locali che facevano musica hanno chiuso o hanno ridotto fortemente la programmazione. Secondo te perché sta succedendo e cosa rischia di perdere la città?

Le chiusure sono sicuramente frutto di un sistema che non funziona e che ha bisogno di una ristrutturazione totale, ma il dato che più mi preoccupa è quello sulle nuove aperture.

I locali hanno un ciclo vitale più o meno lungo, ed è normale che le cose cambino dopo svariati anni di attività. Non è normale che chiudano perché non riescono a far fronte a regole impossibili da rispettare.

Nessuno vuole fare impresa a Torino, al di là di chi apre catene di smash burger convinto che sia il cibo del futuro. Negli anni è diventato quasi impossibile mettersi in gioco, per una burocrazia che demolisce ogni entusiasmo e per gli enormi ostacoli economici.

Torino ha sempre avuto un importante tessuto underground, ma una battaglia dopo l’altra ha perso la guerra.

Se potessi chiedere una cosa concreta alla città — amministrazione, istituzioni, operatori culturali ma anche pubblico — per aiutare davvero chi continua a fare musica dal vivo, quale sarebbe?

Per un sostegno concreto servirebbero bandi semplificati per spazi pubblici destinati allo spettacolo, e sostegno negli ambiti in cui ci si impegna davvero nella divulgazione culturale.

La nostra è una piccola azienda privata, ma spesso si mette in gioco portando artisti internazionali per serate blues e jazz di altissimo livello. Mi piacerebbe vedere partecipazione da parte degli operatori culturali, oltre a fondi per queste iniziative. Il problema non è il pubblico, ma i costi eccessivi che dobbiamo sostenere per offrire una qualità sufficiente a invogliarlo: il rischio d’impresa è troppo alto e, di conseguenza, l’offerta deve scendere a compromessi.

Se potessi chiedere qualcosa di concreto, partirei dalle licenze di somministrazione, che si pagano al metro quadro per ogni spazio aperto al pubblico. Introdurrei una licenza mista di somministrazione e pubblico spettacolo, non soggetta a “monetizzazione dei parcheggi”, che permetta di fare ristorazione completa e vendere biglietti liberamente, nei limiti delle normative sulla sicurezza.

Chiederei poi di regolamentare gli enti che si occupano dei diritti d’autore, introducendo l’obbligo di un abbonamento annuale per i locali che ospitano spettacoli non occasionali: SIAE e Soundreef hanno il permesso di fare cose oltre i confini del buon senso.

Infine, il mondo dello spettacolo non è fatto solo di locali, artisti e pubblico, ma anche di tecnici. Rivedrei completamente le regole sull’impatto acustico e incentiverei l’uso di strumentazione professionale, riducendo i costi delle bollette e spingendo all’ammodernamento tecnologico. I professionisti li abbiamo, ma sono tutti convinti che per mettersi davvero alla prova serva andare altrove.

Sono richieste importanti, ma la Città di Torino deve cambiare radicalmente rotta se vuole mantenere vive la cultura e lo spettacolo in piccole realtà come la nostra.

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